TTIP, CETA &Co: questo modello di sviluppo non s’ha da fare

di F. Morelli –

Credo sia il momento di iniziare a stilare la classifica delle migliori citazioni del 2015. Personalmente, nutrivo pochi dubbi sul fatto che Juncker avrebbe raggiunto il primo podio nella mia classifica con il suo “non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei”. Di fronte alla moltitudine di richieste di porre fine alle terapie sperimentali di austerity in Grecia, il capo della Commissione europea suggellava in questi termini il suo credo infinito nell’attuale, anti-democraticissima UE, di cui è nobile rappresentante.

Le cose, naturalmente, si sono complicate qualche settimana fa. Stesso contesto, stessa élite irresponsabile. Avete sentito anche voi il commissario per il commercio Cecilia Malmström farsi scappare un bel “io non ho avuto il mio mandato dal popolo europeo“? La prima volta in assoluto che concordassimo su qualcosa! La battaglia contro il TTIP sta facendo strage di propaganda UE: in questa reazione traspare tutto il nervosismo istituzionale che ne consegue.

La mobilitazione assume proporzioni sempre più importanti nel continente. L’ampiezza delle proteste forse ha già superato quella di Seattle del 1999. Un mese fa, 250 mila persone si sono riunite a Berlino per manifestare contro questo progetto scellerato. Il 7 ottobre è stata consegnata una petizione con più di 3 milioni di firme contro TTIP e CETA, l’accordo commerciale con il Canada concluso l’anno scorso. Un bel regalo per i negoziatori UE in vista dell’undicesimo round di colloqui TTIP che si é tenuto a Miami. A metà ottobre, diversi gruppi della società civile bruxellese ed europea hanno messo in piedi un intenso programma di incontri informativi, dimostrazioni e azioni di disobbedienza civile durante il summit europeo sotto la bandiera di “Marce europee contro l’Europa delle finanze”. La repressione poliziesca non si é fatta attendere.

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Sindacati, organizzazioni a tutela dell’interesse pubblico, agricoltori, operai, confederazioni di piccole e medie imprese, parlamentari e semplici cittadini: il messaggio gode di ampio sostegno ed é sempre più forte. É quello di un’opposizione chiara ad un’idea di Europa in cui si negoziano i diritti dei lavoratori, le norme in materia di sicurezza alimentare, la legislazione ambientale e quella dei servizi pubblici – solo per citarne alcuni – in nome della fede assoluta nel libero scambio che fa comodo solo alle multinazionali.

E non è un caso che le istituzioni siano impegnate a discutere di una proposta di direttiva sui “segreti commerciali”. Obiettivo: rendere ancora più difficile il lavoro di giornalisti, informatori e sindacalisti ogni qualvolta si venga a conoscenza di informazioni relative a pratiche commerciali che danneggiano l’interesse pubblico. Eppure le negoziazioni non si fermano. Per dirla con John Hillary di War on Want: il proseguimento dei negoziati é di per sé un atto di violenza contro le persone. La battaglia sarà lunga. Allora ribadiamo un paio di concetti da diffondere il più possibile.

Chi sostiene i negoziati per un accordo commerciale con gli Stati Uniti? 

I gruppi di interesse privati dominano in maniera schiacciante il ciclo di consultazioni intraprese dalla Commissione: oltre il 93 per cento delle riunioni nella fase preparatoria delle negoziazioni é avvenuto con le grandi imprese e i gruppi di lobbying industriale, come Business Europe. E anche nel corso dei negoziati, le grandi compagnie esercitano massicciamente la loro influenza.

Quali settori sono coperti dai negoziati in corso?

Praticamente tutto. Un’esclusione speciale è stata introdotta per i servizi audiovisivi grazie ad un’ondata di proteste da parte di autori, cineasti e attori. Tuttavia, il TTIP rappresenta tuttora una minaccia per la diversità culturale in Europa. I negoziatori americani spingono per la futura liberalizzazione del settore. Sono in gioco anche i servizi educativi e sanitari. In breve, il TTIP apre le porte ad un abbassamento generalizzato degli standard dei prodotti e alla commercializzazione dei servizi pubblici.

Cosa inquieta maggiormente del TTIP e dei suoi gemelli?

La segretezza. I colloqui si svolgono in gran segreto. Nel caso del TTIP, solo il direttorato generale del Commercio della Commissione e l’Ufficio della US Trade Representative sono a conoscenza dello stato dei lavori – neanche i nostri rappresentanti nazionali ed europei sono coinvolti né informati sul processo. Stessa cosa vale per i loro omologhi statunitensi. Possono solo accettare o respingere l’accordo una volta finalizzato.

La cooperazione regolamentare. L’obiettivo principale di queste aree di libero scambio non è ridurre i dazi doganali, ma convergere sugli aspetti normativi, che variano enormemente tra le due sponde dell’Atlantico, su una vasta gamma di settori: dagli standard di sicurezza alimentare e chimica, ai regolamenti bancari e i diritti di proprietà intellettuale, dalla legislazione ambientale agli appalti pubblici. Inoltre, le grandi imprese sono invitate a sedersi in “gruppi di esperti” per elaborare nuovi regolamenti ancor prima che le discussioni si svolgano nei parlamenti.

Diritti speciali per gli investitori (clausola ISDS). Una procedura di arbitrato internazionale con tribunali privati senza alcuna garanzia di imparzialità e dove solo gli stati possono essere citati in giudizio, non gli investitori. Le multinazionali hanno già utilizzato questa clausola inclusa in alcuni trattati firmati negli anni ’90 per citare in giudizio stati per l’introduzione di politiche pubbliche che danneggiavano i loro profitti. Lo sapevate che la Philip Morris International ha citato in giudizio l’Uruguay per le avvertenze sanitarie sui pacchetti di sigarette? E che il colosso energetico svedese Vattenfall pretende dalla Germania fior fior di dindini per la sua scelta di abbandonare il nucleare dopo il disastro di Fukushima? La Lone Pipe ha fatto causa al Canada per la sua moratoria sul fracking, ne avete sentito parlare? Stiamo parlando di miliardi. Soldi pubblici, ovviamente. Se riuscissimo a bloccare il TTIP, ma il CETA entrasse in vigore, le multinazionali potrebbero comunque attivare l’ISDS attraverso le loro filiali.

Si scrive TTIP, CETA, etc. Si legge: neo-liberismo.

La Commissione continua la sua propaganda parlando di maggiore competitività, crescita e occupazione. Ma anche le proiezioni ortodosse più ottimistiche indicano che gli effetti del TTIP sarebbero molto attenuati in termini di crescita del PIL. E parliamo di un modello economico che ha già fatto troppi danni. Ai diritti dei popoli di disporre delle proprie risorse, ai diritti dei lavoratori, all’ecosistema.

A titolo di esempio: il governo dell’Ecuador ha messo in atto una politica di repressione sistematizzata per forzare le persone ad abbandonare la propria terra, in virtù dell’accordo bilaterale con l’UE. Si rende di più difficile attuazione, se non impraticabile l’agenda per lo sviluppo: lo status quo fortemente inegalitario del commercio agricolo mondiale ne esce rafforzato. Si dà ai grandi inquinatori mondiali carte blanche sulle politiche ambientali. Attualmente, il 60 per cento dei casi ISDS riguarda politiche che hanno posto dei paletti alla produzione di petrolio, carbone e gas. Immaginate quello che una compagnia di combustibili fossili potrebbe pretendere con questo sistema, se un governo varasse una legge che vieta tutte le nuove estrazioni. Bisogna abbandonare questo modello il prima possibile. Denunciare le false soluzioni della COP21, impedire la ratifica del CETA e bloccare il TTIP sono passaggi obbligati nel lungo percorso che ci attende.

La Pagina del blog personale di Federica Morellli L’asino Europeo