Attentati di Parigi

I terribili attentati di Parigi hanno portato la guerra nelle nostre vite, nei nostri bar, nei nostri quartieri. Per alcune ore i cittadini di Parigi hanno vissuto quello che quotidianamente vivono migliaia e migliaia di persone in Paesi lontani, in guerre di cui ormai sentiamo parlare distrattamente nei telegiornali senza sentirci coinvolti più di tanto.

Ma ora che l’orrore ha bussato alle porte di casa nostra provocando la morte di 129 persone, in una città che è così vicina, culturalmente e geograficamente, l’indignazione e la paura si sono diffuse a macchia d’olio. Ancor più qui in Belgio, Paese di cui sono originari alcuni dei responsabili di quegli attentati, e che è stato messo in stato di massima allerta.

Il giorno prima dell’attacco a Parigi un’altra tremenda carneficina era stata portata a termine a Beirut dove l’Isis ha colpito il quartiere sciita di Borj el Barajneh, provocando 43 morti e 239 feriti, nell’attentato più cruento commesso nella capitale libanese da oltre vent’anni. La notizia è stata riportata nei media con minore risalto, così come minore è stata l’indignazione sui social network. Così come è passato quasi completamente inosservato l’attentato del 31 ottobre scorso contro un aereo della russa Metrojet, che è stato fatto saltare con 224 persone a bordo mentre sorvolava in Egitto la penisola del Sinai. Una strage sempre a opera di integralisti collegati allo Stato islamico in Siria. Morti lontani, che valgono qualche articolo di giornale e niente più. Niente minuti di silenzio negli stadi e niente interventi commossi dei leader mondiali.

E invece ora dopo le terribili morti di Parigi si sprecano gli interventi sui media di intellettuali ed esperti di ogni risma, che ci spiegano quanto sia importante la lotta contro lo Stato islamico, parlando di guerra e, gettando benzina sul fuoco, approfittando di questa tragedia per chiedere l’edificazione di muri e barriere per tenere lontani i pericolosi immigrati. Idiozie propagandistiche di chi finge di non capire che gli autori degli attentati di Parigi sono le stesse persone da cui scappano i rifugiati che arrivano dalla Siria.

Ha ragione Emergency quando dice che “vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria”, che “le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione”, che “diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore”, e che “l’alternativa è la barbarie che abbiamo davanti e alla quale non possiamo arrenderci”.

I politici che oggi invocano la guerra fingono di non sapere che questa guerra, che era già in atto prima che quelle vittime in Francia perdessero la loro vita in quella maniera tanto brutale e inaccettabile, è stata tollerata se non addirittura foraggiata in Siria allo scopo di liberarsi di Bashar al-Assad. Che i finanziamenti e gli armamenti all’Isis sono arrivati in parte dall’Arabia Saudita, uno dei Paesi più fondamentalisti e da sempre uno dei principali soci in affari degli Stati occidentali. Che la Turchia uccide e bombarda i curdi che proprio contro lo Stato islamico stanno combattendo in Iraq. Che bisogna lottare contro l’Isis, sconfiggerlo, ma che il modo per farlo non può essere una pioggia di bombardamenti che finisce soltanto per causare altre centinaia di vittime innocenti.

La giusta indignazione e rabbia per le morti di Parigi non può e non deve servire all’Occidente per nascondere e dimenticare i propri crimini e le proprie responsabilità su quanto sta accadendo.