Dalla torta di mele all’intero universo

di Lapo Bettarini

Teoria delle corde, trapianti di retine, scoperte di nuove specie animali e estinzione di altre, cambiamento climatico, filologia ugro-finnica, materia oscura e tecnologia spaziale, ma quanto ci costa la ricerca? E soprattutto: questi soldi sono ben spesi o ne abbiamo bisogno per questioni più urgenti tipo la fame nel mondo, la sanità, le ingiuste sociali, anche solo il miglioramento delle strade e dei trasporti pubblici? Chiariamo innanzitutto un punto fondamentale: la cifra spesa dagli Stati Uniti per la Nasa, 17 miliardi e mezzo di dollari nel 2014, pari alla metà della legge di stabilità del governo italiano per lo stesso periodo, non è altro che lo 0.5 % del budget del governo federale americano per un anno.

Prendiamo ad esempio la ricerca spaziale che non consiste solamente nell’esplorazione di Marte o nell’osservazione di oggetti distanti e sconosciuti, ma ha conseguenze importanti e coinvolge varie discipline oltre all’ingegneria e alla fisica, quali la biologia, la medicina fino ad arrivare in qualche misura anche alla filosofia: come si può cercare la vita su altri pianeti se non cerchiamo prima di comprendere cosa è la vita? A prima vista lo studio dell’universo e le varie missioni spaziali che sono programmate su intervalli di tempo di decine di anni e, quando costano poco, hanno finanziamenti per centinaia di milioni di euro non sembra che abbiano un grosso impatto sulla vita di chi va al lavoro a Bruxelles con l’affollatissimo autobus 71 o deve recarsi in treno a Namur o, facendo un discorso più ampio, sulla sanità, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile della società.

Negli anni 70 in pieno fermento per l’allunaggio dell’apollo 11, Mary Jucunda, una suora missionaria in Zambia, inviò una lettera al vice-direttore della Nasa dell’epoca, Ernst Stuhlinger, chiedendo semplicemente perché spendere miliardi di dollari nella ricerca spaziale quando milioni di bambini morivano di fame. La stessa domanda fu sicuramente posta ai ricchi mecenati olandesi, o forse tedeschi, alla fine del ‘500 quando in tutto il mondo centinaia di migliaia di persone morivano a causa di epidemie mentre sforzi e soldi finanziavano il lavoro di inventori e artigiani che studiavano il modo migliore per assemblare delle lenti in vetro e capire cosa farsene. La risposta di Stuhlinger è spesso ancora oggi utilizzata in molti dibattiti sulla necessità del finanziamento alla ricerca: quelle lenti mostravano microbi e batteri, quell’oggetto era l’antenato del moderno microscopio, lo strumento che più di ogni altro ha fatto avanzare la ricerca medica nella storia dell’umanità. Quegli artigiani stavano facendo della ricerca. Negli anni le tecnologie sviluppate grazie ai programmi spaziali hanno portato notevoli e fondamentali risultati nella cura del cancro, per esempio i risultati dello studio di cellule umane in condizioni di bassa gravità e di radiazione intensa nella stazione spaziale internazionale, condizioni che sviluppano anomalie nella riproduzione cellulare, ha permesso la comprensione dei meccanismi di insorgenza di molte forme tumorali. Da macchinari quali i magnetogrammi per la misura del campo magnetico solare si sono ottenuti gli strumenti che troviamo oggi negli ospedali per individuare e controllare il cancro al seno che colpisce ogni anno moltissime donne in tutto il mondo.

È la conoscenza che spinge il progresso e con questo il miglioramento della condizione umana. Carl Sagan, famoso astrofisico e divulgatore scientifico morto alla metà degli anni novanta, disse che se “vogliamo fare una torta di mele dal nulla, dobbiamo innanzitutto inventare l’universo”. Per inventarlo, aggiungerei, dobbiamo sapere come funziona.