DIVENIRE MIGRANTE

Di Edoardo Luppoli
Migranti si diventa. La decisione matura lentamente, come un frutto sull’albero. É un gesto di distacco, spesso sofferto e carico di dubbi, di intricate ragioni ed aspirazioni. Ma questo non è che l’inizio, il primo passo verso una condizione altra: essere migrante non è un semplice status materiale, nessuno lo certifica. É soprattutto questione di consapevolezza. É insito in questo processo l’attraversamento di una burocratica terra di nessuno, in difficile equilibrio tra il rispetto per il paese che ci ospita e l’affermazione dei nostri diritti, molte volte proprio quelli che nella nostra terra d’origine ci sono stati tolti o negati.
Sbarcai a Bruxelles a novembre del 2014 e non avevo ancora molto chiaro perché ci fossi venuto. Sapevo per certo che cercavo lavoro: STOP con la precarietà all’italiana, con le prese in giro, le finte partite IVA, gli stage, i “ti chiediamo di investire con noi in questo progetto”. Ben presto mi dovetti ricredere. La realtà belga ha sacche molto forti di irregolarità e di scarso rispetto dei diritti dei lavoratori. Ciò è evidente in settori come quello dell’horeca, ovvero della ristorazione, che spesso rappresenta il più “facile” ingresso nel mondo del lavoro per i primo-arrivanti. Certo, non si può generalizzare.
Consapevole di venire da un paese, l’Italia, in cui spesso e volentieri la discrasia tra stato di fatto e stato di diritto è la regola su cui si innestano le contraddizioni, i paradossi, i soprusi – consapevole di questo, sono venuto in Belgio anche in cerca di “senso della cosa pubblica”, di “regole uguali per tutti”. Se mi chiedessero se ho veramente trovato quello che cercavo non saprei dire – risponderei: “sì e no”.
Soprattutto, affrontando tutte le problematiche, dalla sanità (la nascita di un figlio a pochi mesi dall’arrivo), all’asilo per il figlio maggiore, alla ricerca di un’abitazione, alla sicurezza sociale, mi sono formato una visione, ancora aperta e soggetta a revisioni, secondo la quale il Belgio è uno stato che molto chiede e molto dà. Non immune da paradossi, contraddizioni, discriminazioni.
Ho vissuto sulla mia pelle una di queste discriminazioni, fortunatamente con un felice epilogo. Tornavo a casa da una giornata di lavoro, con la mia compagna e i piccoli. Nella cassetta della posta c’era una lettera dall’aspetto piuttosto inquietante, che riportava il logo del Service Publique Fédéral Intérieur – Office des Etrangers. Salendo in ascensore la mia compagna fece una battuta “che vuoi, ci vorranno cacciare”. Beh, si sbagliava di poco: mi si chiedevano dei chiarimenti sul mio status, in mancanza dei quali mi si invitava a lasciare il territorio con tutta la mia famiglia perdendo tutti i diritti acquisiti nel corso di un anno e mezzo da residente. Al primo momento di spaesamento seppi fare rapidamente fronte ma, devo dire, più che per merito per fortuna. Mi ritengo una persona estremamente fortunata perché conoscevo già il tema delle “espulsioni” ed avevo un contatto diretto con La Comune del Belgio. Fui messo rapidamente in contatto con la piattaforma Europe4People. E non sarò mai abbastanza grato a questo “servizio” che viene portato avanti gratuitamente da un gruppo di volontari e di avvocati per una nobile missione. Grazie a loro, il mio problema (il mio caso) fu risolto nel giro di un paio di mesi, ma sono certo che non per tutti vada così. Dal giorno dopo la causa de La Comune è diventata anche la mia. La causa è quella di un’Europa dei diritti, dei cittadini europei liberi di muoversi e di lavorare sul territorio della grande Unione di cui ci hanno parlato fin dai tempi della scuola. Non quella degli ultimi mesi, che alla prima folata di vento si chiude a riccio, chiude le proprie frontiere, alza muri. É questo il momento in cui dobbiamo decidere se accogliere questo vento con dei muri pericolanti o piuttosto con delle vele che ci facciano salpare verso un futuro migliore.