La strage di Marcinelle sulla stampa italiana

di Olga Massari

Anche i giornali italiani parlano della strage di Marcinelle, inviando giornalisti sul luogo del disastro e intervistando i parenti delle vittime, che si sono congedate dalla vita in una terra straniera mentre facevano quel gesto che dovrebbe nobilitare l’uomo e invece lo ha fatto morire: lavorare. L’8 agosto la prima pagina de La Stampa titola: “254 minatori italiani e belgi sepolti vivi nella miniera di Charleroi“. Titolo simile per L’Unità: “270 minatori sepolti vivi nel Belgio. 139 sono italiani”. Negli articoli, oltre alla cronaca di ciò che sta succedendo in quelle ore, l’attenzione va al dramma di chi, fuori dalla miniera, aspetta notize. “Stretta dall’angoscia, la folla dei familiari preme all’ingresso della tragica miniera di carbone di Amercoeur”, scrive La Stampa.

Dopo le drammatiche notizie, su alcuni giornali ci si interroga sul perché dell’incidente e soprattutto, in un’Italia ancora stretta nella morsa della povertà, sulle ragioni e le sofferenze di chi è costretto a lasciare la propria terra in cerca di migliori condizioni di vita. Sono L’Unità e l’Avanti! (i giornali del Pci e del Psi) a toccare maggiormente queste corde:  da dove arrivano questi minatori migranti? Perchè hanno dovuto emigrare? L’onorevole Bruno Corbi, del Pci, si reca a Charleroi pochi giorni dopo la strage e parla con i minatori italiani, riferendo le loro parole sulle pagine del quotidiano comunista: nessuno di loro, si legge nell’articolo “è soddisfatto delle condizioni di vita e  di lavoro, «non venite in questo inferno», raccomandano, e tutti tornerebbero in patria se essa garantisse loro un lavoro“.

Nelle miniere vige un sistema di cottimo studiato con straordinaria scaltrezza e con una notevole dose di cinismo, un sistema in base al quale la paga può salire ma anche scendere di molto” è il racconto di un minatore abruzzese che per anni aveva lavorato proprio a Marcinelle. Delle 136 vittime italiane quasi la metà proviene dall’Abruzzo, 60 in tutto, e di questi 23 da un unico paese in provincia di Pescara, Manoppello. L’Avanti! scrive un reportage sulla situazione dei migranti della val Pescara: “Il caso di Manoppello, che è il paese più colpito dalla sciagura del Bois du Cazier, è rappresentativo di una situazione che riguarda tutto il Mezzogiorno[…] i sassi dell’Abruzzo come quelli della Lucania e della Calabria non daranno mai da vivere a milioni di affamati che tentano di essere degli agricoltori nei monti più squallidi d’Italia“. Se la situazione generale è questa, la val Pescara aveva avuto un altro problema: “i lavoratori emigrati in Belgio erano già esperti nel loro campo perché qualche anno prima erano state smobilitate le miniere locali con conseguenti e consistenti licenziamenti. Non è questo un paese di pastori, ma di minatori“. Nel dicembre 1953, ricorda l’Avanti “quando nelle miniere belghe erano morti già 211 minatori italiani, solo allora fu decisa un’inchiesta: la commissione lavoro per quindici mesi non fece nulla”. Perchè? Ci interroghiamo ancora, a 60 anni di distanza.